C’è un filo invisibile che unisce la quiete dell’anima al ritmo paziente delle mani. Un filo che Sonia Paradell Roig, tessitrice e creativa originaria della Catalogna, ha deciso di seguire fino a un’isola che profuma di vento e di lana: la Sardegna. Oggi, questa terra è diventata la sua casa, il suo laboratorio diffuso e il luogo in cui ha scelto di coltivare — e condividere — un’arte antica capace di parlare al cuore contemporaneo.
Per chi la conosce sui social, è semplicemente Sonparo, e da alcuni anni porta in giro per la Sardegna mini telai, matasse di filati sardi e una filosofia che intreccia artigianato, sostenibilità e ascolto interiore. I suoi corsi, sempre più richiesti da un pubblico variegato e curioso, non sono semplici laboratori creativi: sono vere e proprie pause di benessere, dove il gesto lento e ripetitivo del tessere diventa un rituale di centratura e consapevolezza.
La storia di Sonia è fatta di scelte coraggiose e di passioni che chiedevano spazio. Dopo una formazione in design a Barcellona e un lavoro stabile come interior designer, ha sentito il richiamo di un’altra forma espressiva: quella dei fili e dei colori. Poco prima della pandemia ha lasciato il posto fisso per dedicarsi a tempo pieno alla tessitura, scoprendo in questa arte un modo per esprimere sé stessa e dialogare con il mondo.
È stato l’amore — per un uomo e per una terra — a portarla in Sardegna. “Dovevamo fermarci sei mesi. Sono passati quattro anni e non abbiamo mai pensato di ripartire,” racconta sorridendo. Da allora, Sonia ha costruito una rete di incontri, collaborazioni, e momenti condivisi tra trame e orditi, che l’hanno portata a insegnare da Sassari a Cagliari, passando per Oristano, Nuoro e la Gallura.
I suoi corsi si riempiono in poche ore, e tra gli iscritti non ci sono solo donne. “La tessitura è per tutti. È un linguaggio che non ha barriere,” spiega. Uomini e donne, giovani e meno giovani, sardi e viaggiatori da ogni parte d’Italia: sempre più persone decidono di volare in Sardegna per seguire le sue lezioni, trasformando un workshop di tessitura in un’esperienza immersiva, quasi una micro-residenza artistica.
C’è chi, come un’illustratrice arrivata da Bolzano, ha deciso di restare qualche giorno in più per esplorare la città e lasciarsi ispirare, portando poi i fili nella propria pratica visiva. “Quello che sogno — dice Sonia — è creare uno spazio stabile, un centro che ruoti intorno all’arte tessile come luogo di incontro, creazione e contaminazione.”
Nei suoi corsi si lavora su piccoli telai portatili, con materiali locali e naturali, in particolare lane provenienti da Samugheo e Nule. Nessuna concessione al sintetico: per Sonia è una questione di etica e coerenza. “Non si può parlare di tessitura sarda usando filati acrilici prodotti dall’altra parte del mondo. Ogni fibra che usiamo deve raccontare una storia vera.”
Alla fine di ogni lezione, ogni partecipante porta a casa un piccolo arazzo realizzato con le proprie mani: 20×30 centimetri di pazienza, concentrazione e cura. Un frammento di bellezza che racchiude l’essenza di un tempo diverso, più lento e consapevole. Un tempo in cui si può ancora imparare a sentire il valore delle cose fatte bene, e fatte con le mani.
Per Sonia, il telaio è anche una pratica di presenza, un gesto meditativo che insegna a respirare, ad ascoltare, a rallentare. Come una forma di mindfulness applicata, la tessitura diventa una via per rientrare in contatto con sé stessi. In un mondo che corre, il suono ritmico della navetta sul telaio diventa musica interiore. E forse, in ogni filo che si intreccia, c’è un piccolo ritorno a casa.